Il risveglio del Sud, che ha fatto sentire la sua voce, è quanto emerge in una analisi del prof. Gianfranco Viesti.
Mentre i "soliti" commentatori si cullano negli stereotipi del Sud assistenzialista e apatico, i dati del recente referendum raccontano una storia completamente diversa. Il Mezzogiorno è tornato a far sentire la sua voce.
Nell'analisi del Prof. Gianfranco Viesti (FQ, 27.3.26), emerge un quadro che ribalta le narrazioni degli ultimi anni:
Decisivo per il NO: Dei 2 milioni di voti che hanno fermato la riforma, ben 1,6 milioni arrivano dal Sud. Un contributo fondamentale per la difesa della Costituzione.
Controcorrente: Nonostante il calo storico della partecipazione, l'affluenza al Sud è cresciuta del 10%, superando la media nazionale.
Oltre il pregiudizio: Città come Napoli, Bari e Palermo hanno mostrato una maturità politica sovrapponibile a quella di Milano o Torino.
Cosa sta cambiando davvero?
Il prof. Viesti suggerisce che non siamo di fronte a un voto di scambio, ma a una protesta consapevole. Il Sud ha capito il rischio dell'Autonomia Differenziata (la cosiddetta "secessione dei ricchi") e ha reagito a anni di politiche che lo hanno reso una periferia "che non conta".
Forse è merito di una nuova generazione più istruita e meno rassegnata all'emigrazione forzata. Forse è la fine dell'illusione che il Sud sia sempre e comunque filogovernativo.
Un avvertimento alle opposizioni
Questo voto non è un "assegno in bianco". È una finestra di opportunità che durerà poco. Se la politica nazionale non smetterà di trattare il Mezzogiorno con retorica e candidati locali mediocri, questo risveglio potrebbe spegnersi o prendere direzioni inaspettate.
Il Sud va preso sul serio. Non come un problema da gestire, ma come il motore che può ancora decidere le sorti del Paese.
L'articolo del Prof. Viesti, economista, docente presso l'Università di Bari
IL SUD FA TRIONFARE IL NORD E ORA VA PRESO SUL SERIO
di Gianfranco Viesti FQ, 27.3.26
" Dei due milioni di voti che hanno fatto prevalere il No, 1,6 vengono dal Sud. Si può sostenere, senza retorica, che i meridionali abbiano svolto un ruolo decisivo per la difesa della Costituzione. Un evento sorprendente. Certo, al Sud si è votato meno: sia perché sono molto più ampie le fasce di popolazione disinteressata alla politica, sia per l’assenza fisica di molti residenti che vivono altrove. Ma il fenomeno non si è accentuato, anzi: rispetto alle Europee del 2024 i votanti al Sud sono aumentati del 10%, un po’ più della media nazionale (9,3%). E se si rapporta il numero di voti per il No al totale degli elettori, l’esito nelle province di Napoli, Bari o Palermo (fra il 30% e il 35%) è del tutto simile a quelle di Milano, Roma, Perugia, Ancona; appena inferiore a quelle di Torino e Genova (anche se lontano dai picchi di Bologna e Firenze).
Che è successo? Non lo sappiamo con certezza. Il Sud è dimenticato da molti anni; non viene studiato, ancor meno capito; non sappiamo che cosa si agiti al suo interno. Le classi dirigenti nazionali, gran parte della politica, gli intellettuali che scrivono sui giornaloni si crogiolano ancora con letture stereotipate: il regno dell’arretratezza, della spesa pubblica, dell’assistenzialismo, del clientelismo. Il voto sulla giustizia smonta anche letture più serie ma ormai superate dagli eventi. La prima, che al Sud, essendoci meno “capitale sociale”, si voti meno ai referendum rispetto alle politiche e alle locali: perché c’è meno da guadagnare individualmente. Rispetto alle recenti regionali, in Puglia ci sono stati 215.000 votanti in più, in Campania 176.000; gli stessi sostenitori del Sì non si sono certo astenuti: in Puglia sono stati quasi duecentomila in più dei votanti per il candidato presidente di centrodestra. La seconda convinzione è che il Sud sia immancabilmente filogovernativo: invece, tutte le regioni hanno votato “contro” il governo nazionale; Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria, Sicilia anche contro il governo regionale. Dobbiamo andare alla ricerca di letture aggiornate. È possibile che al Sud sia tornato a prevalere un atteggiamento di “voce” rispetto all’”uscita”, per usare la fondamentale terminologia di Albert Hirschman. Cioè si sia tornati a farsi sentire. Era già successo nel 2018 con il travolgente consenso per i 5 Stelle; per mostrarlo compariamo i loro voti sempre con il totale degli elettori: erano stati ben 30 su 100. Ma nel 2022 le cose erano molto cambiate: il consenso ai 5 Stelle era passato da 30 a 15, quello per Pd e Avs da 11 a 9 mentre quello per la destra era solo marginalmente cresciuto (da 18 a 19). Il Sud era “uscito”: gli astenuti erano saliti da 35 a 45 elettori su cento.
Al referendum è successo il contrario. Perché? Certo, al Sud si manifestano le stesse tendenze nazionali: è più simile al resto del paese di quanto si pensi. Ma conserva – come mostrano i dati – proprie specificità. E allora? Una possibile spiegazione legge questo voto come la protesta delle regioni “che non contano”, alle prese con difficili dinamiche soprattutto demografiche e sociali, e con un evidente deficit di rappresentanza e di politiche: il governo Meloni ha fatto di tutto per meritarselo. Un’altra possibile spiegazione chiama in causa il ricambio generazionale degli elettori: e questa sarebbe un gran bella notizia. Il crescente peso di una generazione più istruita e consapevole, più combattiva, che non si rassegna al declino delle proprie terre, all’emigrazione obbligata. Forse mobilitata anche dagli eventi internazionali. Ipotesi da verificare. Auspicabilmente, rianimando la discussione culturale e politica. Non è un vezzo da intellettuali. È un passaggio fondamentale per provare a trasformare il voto referendario in voto politico.
L’attuale opposizione (con parziali eccezioni) ha da tempo divorziato dal Sud: non sviluppa un’offerta politica adeguata, si affida a esponenti locali di migliore o minore qualità. E come dimenticare che qualche anno fa il Pd ha dato, con Bonaccini e Gentiloni, una spinta fondamentale all’autonomia regionale differenziata? Ora Meloni sta trasformando questa secessione dei ricchi in realtà attraverso le “pre-intese” con le regioni: ma per quanto lo faccia quasi di nascosto, e per quanto i canali televisivi e la grande stampa silenzino la cosa, evidentemente al Sud se ne sono accorti. Questo voto apre una importantissima finestra di opportunità per l’opposizione, per vincere alle politiche al Sud e quindi nell’intero paese. Cosa nient’affatto ovvia, dato che in moltissime regioni europee “che non contano” il voto si polarizza invece sull’estrema destra. Per ottenere un voto “a favore” e non solo “contro” nel Mezzogiorno non basteranno però le solite retoriche. Bisognerà prenderlo sul serio, definire proposte concrete. In pochi mesi. Anche su queste colonne, si proverà ad animare il confronto."
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