"si cade sette volte per rialzarsi otto"

 


Questo articolo offre una riflessione profonda, di grande impatto emotivo e sociologico, che tocca uno dei nodi più critici della nostra epoca: l'educazione dei giovani e il senso del limite e della resilienza. Paolo Crepet, con la sua consueta lucidità e il suo stile graffiante, mette a nudo una contraddizione evidente della società contemporanea.

Ecco un giudizio articolato sui principali punti di forza, sui temi chiave e su un possibile spunto di dibattito che l'articolo solleva:

1. Il valore della "Caduta" e l'elogio dell'errore

Il fulcro del discorso — racchiuso nella splendida massima "si cade sette volte per rialzarsi otto" — ribalta la narrazione odierna del successo immediato. In un mondo dominato dai social network, dove viene mostrato solo il risultato perfetto e mai il processo (spesso doloroso) per raggiungerlo, Crepet ricorda che l'errore non è il contrario del successo, ma la sua stessa materia prima. La capacità di ricominciare definisce lo spessore di un essere umano molto più delle sue vittorie facili.

2. La critica alla "Bonaccia Esistenziale" e al chilometro zero

L'analogia con il "chilometro zero" è brillantissima. Se in cucina la prossimità è un valore, nell'esperienza di vita rischia di trasformarsi in isolamento e accidia. La ricerca ossessiva della comfort zone, alimentata da una tecnologia che anticipa ogni nostro bisogno e annulla l'attesa, crea quella che Crepet definisce bonaccia esistenziale. Senza il vento del dubbio, del rischio e dell'inedito, le vele dei ragazzi restano ammainate.

3. La responsabilità dei genitori: il "Ponte Levatoio"

L'articolo non fa sconti alla generazione degli adulti. L'immagine del ponte levatoio sempre abbassato descrive perfettamente l'iperprotezione genitoriale moderna (quella dei cosiddetti "genitori spazzaneve", che eliminano ogni ostacolo prima ancora che il figlio possa inciamparvi). Educare alla certezza e alla facilitazione sistematica non protegge i ragazzi, ma li rende fragili, privandoli degli anticorpi emotivi necessari per affrontare le inevitabili frustrazioni della vita.

4. La fatica come motore di creatività

Interessante anche il legame che Crepet stabilisce tra umiltà, fatica e creatività. Solo quando si accetta l'incertezza e si misura la fatica si attiva la progettualità. Se tutto è dovuto e tutto è facile, la mente si pigrifica e il talento si spegne.


Un possibile spunto di riflessione (Il rovescio della medaglia)

Se l'analisi di Crepet è impeccabile nel fotografare il rischio dell'apatia e del conformismo, si potrebbe fare una piccola osservazione sul contesto in cui i giovani si muovono oggi.

A volte, la ricerca di "sicurezza e agio" da parte delle nuove generazioni non è pigrizia, ma una reazione a un mondo esterno percepito come estremamente precario, fluido e privo di punti di riferimento stabili (economici, sociali e lavorativi). Per un giovane di oggi, "rischiare" può fare molta più paura rispetto a trent'anni fa, perché i margini di errore concessi dalla società sembrano essersi ridotti. Tuttavia, questo non toglie validità al messaggio di Crepet: proprio perché il mondo è complesso, serve quel coraggio e quella "pazienza cocciuta" di cui parla l'articolo.

In conclusione

È un testo eccellente, che scuote le coscienze e invita a un'ecologia del sentimento e dell'azione. Un promemoria necessario del fatto che costruire richiede fatica, e che una vita piena non si misura dal comfort, ma dall'ampiezza degli orizzonti che si ha il coraggio di esplorare.

E tu, guardando all'esperienza quotidiana o ai contesti che vivi, noti anche tu questa tendenza dei ragazzi a rifugiarsi nella comfort zone, o vedi ancora scintille di quel coraggio "cocciuto" di cui parla Crepet?

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